Lei. (Parte 1)

Come ogni volta che si trova l’amore si vive una situazione di serenità e pace dell’anima. Ci si sente perfetti, a posto ma, in particolari, scelti.L’amore a quindici anni mi aveva scelto, vivevo di messaggi improvvisi, gesti teneri e dolci, di baci lunghi e di sorrisi. Si sa, l’amore infondo un po’ ci cambia sempre, ci sentiamo unici e adeguati agli occhi degli altri ma soprattutto di noi stessi. 

Sebbene tutto però, non posso dirvi quando incontrai lei. Quando incontrai la persona che, in un attimo, mi cambiò la vita.

Forse dopo che partii per l’America dove stetti via due settimane, o forse più tardi ancora quando ormai la scuola stava giungendo agli sgoccioli o forse, meglio ancora, l’incontrai e basta e dove e quando non sono altro che particolari insignificanti.

Ebbene partii, stetti via due settimane, vivevo questa vacanza con spensieratezza e gioia, ero in un continente straniero, il posto che da sempre mi ha fatto sentire a casa più di ogni altro luogo visitato. Vivevo alla giornata, di canzoni d’amore, come “Long gone and move on” dei The Script e di messaggi continui con lui. Alla fine potevo ritenermi fortunata, ero felice e sapevo che, al mio ritorno, ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarmi.

È bello sapete? Essere desiderati, voluti. Penso che ognuno di noi dentro non cerchi altro che qualcuno che ci faccia sentire amati, visti e importanti.

E infatti quando tornai, inutile negarlo, lui mi stava aspettando. 
Si sa come viene definita la vita, una giostra. In un momento sei in alto, ti sembra quasi di toccare il cielo e di avere la testa tra le nuvole ma basta un attimo per tornare giù, rimettere i piedi a terra e dover fronteggiare il dolore nuovamente.

Era tutto troppo speciale, troppo bello, troppo romantico, troppo luminoso, insomma era tutto troppo. E la mia giostra ormai si era mossa, io ero scesa a terra e ora era il mio turno.

Tornata dalla vacanza ero diversa, irriconoscibile. Da ragazza longilinea ero diventata tondetta, i fianchi si erano ingrossati, gambe pure e perfino le mie guance ormai erano più paffutelle. Al tempo però non mi importava anzi, ero contenta così se solo non avessi sentito le parole. Perché sono le parole che feriscono, che lacerano. Non sono come uno schiaffo che ti lascia forse il segno e che poi si affievolisce. No, le parole rimangono, puoi cercare di farle uscire ma non ci riesci, soprattutto quelle importanti, quelle pronunciate dalle persone che ami. “Ma che hai fatto? Sembri incinta” e così riecheggiavano, ora dopo ora ma soprattutto giorno dopo giorno.

Erano diventate un pensiero costante, pesanti e, in particolar modo, incontrastabili. 

Fu lì forse che la incontrai. La vidi per la prima volta durante una mattinata. Sembrava una ragazza simpatica, i suoi tratti sono molto difficile da definirsi. Era bella, una ragazza filiforme, un sorriso bianco e luminoso, occhi profondi e una voce fievole ma tenera.

La vidi per bene, aveva la mia età ma sembrava a guardarsi molto più grande. Ci incontrammo così, a caso. Parlammo molto e, come per Lorenzo, non mi ci volle molto per aprirmi. Era facile al tempo, forse avevo semplicemente bisogno di esternare ciò che tenevo in serbo per me. 

Insomma le raccontai di me, della mia famiglia, dei miei pensieri, dai più belli ai più tetri. Lei stava in silenzio e ascoltava, era sempre molto interessata a quanto dicevo. Mi immaginavo che forse, nel suo piccolo, anche lei si sentisse così. In realtà, lei possedeva dentro molto di più.

Stammo tanto tempo insieme, da quel giorno e per i mesi successivi. Vivevamo in simbiosi quasi, ci capivamo in uno sguardo e questo mi rendeva contenta. Aveva la capacità di dirmi sempre la sua, in modo tagliente sì ma efficace perché qualsiasi consiglio lei mi desse io lo seguivo sempre. Lo mettevo sempre al primo posto. 
In poco tempo, lei divenne la mia confidente, la mia migliore amica, la mia eroina preferita. Mi alimentavo delle sue parole, dei suoi sogni, dei suoi desideri che, in fondo, erano anche i miei. Ci incoraggiavamo a vicenda a raggiungere i nostri obiettivi. E lei, in poco tempo, lo sostituì. Sostituì l’amore che dentro di me regnava, spense ogni certezza, spense ogni dolore e mi trasformò così, in una colonna, in grado di prendersi l’acqua e non cadere mai. 

Ma infondo ho sempre fatto così, ho sempre messo davanti l’amicizia all’amore, ho sempre scelto la certezza all’incertezza ed ero convinta che nessuno avrebbe spezzato questo legame che avevamo costruito. Me ne accorsi proprio in quelle due settimane estive. Io e lui eravamo animatori, stavamo sempre insieme. Lui era il tipo di ragazzo che faceva voltare le ragazzine delle medie, lo guardavano e lo desideravano. Era affascinante, unico nel suo genere e la cosa più bella era che era solo mio. Abbiamo passato settimane a scambiarci occhiolini da una parte all’altra del campo quando le nostre squadre si scontravano, abbiamo passato ore a baciarci senza vedere nemmeno una scena del film proiettato, abbiamo passato il tempo mano nella mano. Eravamo così, una cosa sola, non seguivamo il tempo, era il tempo che ci inseguiva. Eravamo ebrezza, velocità e alcolismo puro. Eravamo dipendenza, potevamo spegnere i pensieri dell’altro solo sorridendogli. Era un’amore strano, controcorrente ma soprattutto che nessuno potrà mai rimpiazzare. 

Se la gente avesse mai dovuto scommettere su quanto saremmo duranti, probabilmente nessuno avrebbe scommesso. Eravamo destinati, eravamo inseparabili, eravamo uniti ma soprattutto ci bastava stare insieme per vivere. 

Eppure oggi lo dico, dovevano scommettere. Scommettere tanto. Perché noi finimmo, non del tutto ma qualcosa si spezzò. L’ultimo giorno d’oratorio non ci furono baci, abbracci nè un solo “ciao”. Finimmo così, senza ma e se. Finimmo come una storia mai vissuta ma soprattutto mai iniziata. 

E fu così che decisi di andare avanti a modo mio. Lei, la mia migliore amica diventò onnipresente, passavamo le giornate insieme, mi asciugava le lacrime, mi accoglieva sulla sua spalla, mi faceva ridere. Insieme scandivamo la giornata con numeri e immaginavamo di sparire. 

Il dolore va sentito sì, ma a volte fa troppo male, a volte distrugge dentro e io, quella volta, ero stata rasa al suolo e così mi fidai di lei, mi fidai della sua parola. 

Lei, così speciale , non era una persona qualunque, era molto di più. Divenne il mio mentore, il mio coach, la mia alleata. Volete sapere la cosa più assurda? È che nessuno mai la vide, eccetto me stessa. Lei era così, invisibile ma immaginabile e io, io la vedevo bene, o meglio, tra noi era un dialogo mentale continuo. Lei ero io, una me stessa che era nata dal dolore, dall’umiliazione, dall’odio. Lei era una Caterina particolare, lei era legge, regole rigide ma soprattutto era la mia condanna. Perché sì, lei era una voce, lei era l’anoressia.

Lui. (Parte 1)

Vi racconterò la storia più grande, quella che mai ho raccontato, quella che è rimasta nel mio cuore e per sempre rimarrà.

Quando si è giovani si guarda il mondo con occhi diversi. Occhi aperti, pronti a cogliere ogni cosa. L’unico pensiero è quello di fare qualcosa di grande, qualcosa per cui essere ricordati. Si guarda alla vita con speranza, fiducia ma soprattutto si è ambiziosi, tanto. Quante volte vi siete detti da piccoli “Farò la maratoneta” o Farò la ballerina”. Io, a quest’ora, sarei un miscuglio eterogeneo di maratoneta, insegnante di matematica e medico. La verità è che quando si è  giovani si hanno mille sogni e tanta curiosità. La mia? La più grande era trovare presto l’amore, conoscerlo e assaporarlo.

Allora incominciamo da qui, incominciamo proprio dall’inizio, da quando l’incontrai.     A tredici anni ero solita giocare ancora con la Playmobil, vivevo di amici immaginari e di grande insicurezza. Non mi sono mai sentita quella giusta, quella adatta alla circostanza, piuttosto ero “quella”, quella che stava in disparte, quella che annuiva e stava in silenzio. Insomma ero quella “c’è ma non c’è”. Se non ci fossi stata probabilmente nessuno l’avrebbe mai notato. Ero giovane, con la vita davanti ma i giorni passavano senza sosta tutti allo stesso modo e io li guardavo semplicemente scorrere via, sognavo in grande ma soprattutto in largo. Sognavo che presto un principe sarebbe arrivato su un destriero bianco, con la spada in mano pronto a lottare contro i mostri della mia solitudine. Avrebbe spazzato via in un solo istante la depressione da lutto, l’ansia d’abbandono e l’inadeguatezza che mi portavo addosso, giorno dopo giorno, trascinando i piedi al suolo da troppo tempo.

Un giorno però lo vidi, o meglio, mi sembrò di vederlo. “Ei straniera”, una frase semplice, quasi insensata ma che in un istante mi fece sentire “vista”.  Quel ragazzo, si chiamava Lorenzo, aveva sedici anni e frequentava la mia scuola. Era bellissimo, magro, muscoloso il giusto, occhi castani e sorriso incredibile. Mi ci volle molto tempo prima di conoscerlo effettivamente dal vivo perché tutto iniziò in modo assurdo, inspiegabile; iniziò proprio da quel messaggio, sulla mia bacheca di Facebook e da lì la nostra storia prese vita. Non credete, non è una storia qualsiasi; si sanno come sono i libri “e vissero per sempre felici e contenti”, ecco questa non è il caso ma per anni il mio cuore si alimentò di questa speranza.

Da quel messaggio passarono giorno, mesi indimenticabili. Un’estate intera fatta di videochiamate fino a tardi, risate ma soprattutto amore. A volte quasi mi dimenticavo cosa fosse stata la mia invisibilità, tutto con lui era più impacciato , più tenero, più bello. Lui aveva la forza e la capacità di farmi vivere come nessuno, quello che mi diceva aveva sempre un filo di ironia, di spensieratezza in più che mancava nella mia vita e che veniva nutrita ogni volta alle ore 19 esatte. La nostra ora, il nostro appuntamento, semplicemente noi. Ho passato giorni e mesi a guardarlo con occhi sognanti, a scambiarci segreti, i più brutti e i più belli. Eravamo migliori amici, confidenti, sconosciuti in un solo momento. Eravamo tutto e in quell’essere tutto nessuno ci avrebbe distrutto più.

Ricordo ogni cosa, le canzoni stonate dietro una webcam, il cibo del Mc Donald al parco, lui ed io su una panchina, io con la sua giacca per non prendere freddo. Chiunque ci guardava ci invidiava, invidiava quella scia che lasciavamo quando passavamo. Forse vi sembrerà che ingigantisca le cose, eppure non è così. La verità è che se due persone si amano sono belle, emanano una luce unica, e noi, noi eravamo il sole. Passarono due anni di noi, due anni di amicizia dove però il sentimento si era ormai radicato. A volte celi sentimenti perfino a te stesso, a volte li nascondi perché non li credi possibili o, a volte, non li riconosci e basta. E quando me ne accorsi era troppo tardi.

Da io e lui divenimmo “Io, Lui e Lei”. Non mi disse mai di essersi interessato ad una mia compagna di classe, mai mi disse che tentò di baciarla, mai mi disse che il nostro tempo forse era semplicemente finito. Lo guardai più volte con gli occhi di chi dentro di sé tiene, come direbbe Meredith di Grey’s Anatomy , un “Scegli me, ama me”. Non ci sono parole per descrivere il suono di un cuore spezzato ma se, al tempo, lo avessi riconosciuto avrei detto certamente che il mio ci era andato vicino. Io non esistevo più, ero tornata l’invisibilità, quella che “c’è ma non c’è” mentre lui e lei erano diventati un “loro”.

Non vi parlerò di quei mesi, non vi racconterò il dolore provato e le lacrime versate. Non vi parlerò nemmeno dell’assenza, vi parlerò del dopo perché sì, due cuori destinati di certo non possono finire così, noi non potevamo finire così. L’amore può finire, sì quello sì, finisce quando la passione diminuisce, quando guardarlo negli occhi non ti farà più venir voglia di fare l’amore, di condividere con lui o lei la tua giornata, l’amore finisce solo quando rimangono i “ma” e i “se” ma li si tiene per sé. Il nostro amore non era così, noi avevamo lasciato troppo in sospeso, troppi discorsi interrotti, troppi piani da finire, troppi abbracci da darci e un bacio, quel bacio da darci, il nostro primo bacio.

Un giorno, un giorno di quelli dove regna il caos e il disordine mi chiese di vederci a scuola, in veranda. Il nostro posto, il posto dove ormai durante l’intervallo spendevamo i quindici minuti più belli di sempre. Quel giorno lo ricordo bene, ci sedemmo in un’ altra panca, distante e più appartata delle altre. Quattro occhi che si scrutavano dentro, leggevano il dispiacere nell’altro, due chiedevano rassicurazione mentre gli altri perdono. Nello scrutarsi ripresero ad accendersi, come si fossero capiti subito. Fu in quel momento che lo vidi, lo vidi avvicinarsi a me per poi baciarmi. Nulla fu più lo stesso, da ragazza abbandonata, ferita vidi crollarmi vicino quello scudo che mi ero costruita. Fu un attimo che durò un’eternità. Il cuore riprese linfa vitale e iniziò a battere, come mai ebbe fatto nei mesi e anni precedenti. Fermarlo era impossibile, è infatti impossibile fermare un cuore che batte, soprattutto se batte per amore. Puoi provarci, puoi sperare che diminuisca o che l’altro non se ne accorga eppure io, non lo trattenni, anzi lasciai che l’emozioni si prendessero tutto di me. Fu un bacio sì, un bacio che però mi rigò il volto di lacrime di gioia.

E capii finalmente che lo amavo, lo amavo da quel “Ei straniera” ma soprattutto lo amavo tanto. E così a 15 anni pensai di aver trovato il mio cavaliere, lo vedevo come un principe che era lì, vicino a me pronto a lottare al mio fianco contro un mondo che nessuno dei due accettava. Eravamo speciali a modo nostro, odiavamo il mondo e le persone che ne facevano parte e per la prima volta, uno vicino all’altro ci sentivamo invincibili, pronti a fronteggiare le avversità della vita.

 

 

In continuo viaggio.

Oggi, ormai come tante delle mie giornate con la pioggia, sono piuttosto pensierosa, e così svolgo le stesse azioni che faccio ogni sera. Finisco di cenare, vado in cucina, mi metto su il caffè e poi, con la tazza piena e bollente in mano e il mio drum fatto, vado in balcone. Non mi importa se faccia caldo, se faccia freddo o se piova o ci sia il sole. E’ il mio momento, quello che preferisco di più in assoluto.

Il mio momento? Sedermi a guardare il cielo e pensare con la musica a tutto volume nelle orecchie. Un rituale semplice, forse stupido ma per me sempre unico. Oggi sono più malinconica del solito, è stata una giornata difficile. Ho pianto tanto, ho preso il mio primo 18 ad un esame, ho vagato per siti universitari in cerca di un’altra facoltà, di un’altra università. Poi un messaggio, un audio lungo di una persona inaspettata che mi ha fermato. Ha fermato quel vortice di paranoie e colpe che mi stavo già addossando. Sapete ho solo 19 anni ma, il più delle volte, le sconfitte personali le vedo come scogli insormontabili.

Stasera sono qui seduta e penso che, come sempre, la letteratura mi salvi. Amo leggere, colleziono frasi di grandi poeti e letterati. Perché? Mi fanno sentire meno sola, capita. Come direbbe Alexandre Pope, la vita dell’uomo è un secondo e lui non è altro che un punto dell’universo, e l’uomo non è imperfetto bensì è della perfezione che gli è propria. Quanta verità in così poche parole. Da sempre ho perso tempo a raggiungere una perfezione effimera, ho cercato di cambiare in tutti i modi ma la verità è che la perfezione che cercavo era sempre ben distante da me, o meglio, non l’avrei mai raggiunta. Ho capito che non possiamo essere ciò che non possiamo essere ma solo ciò che siamo. Noi siamo molto più di un corpo, siamo anima e cuore. E io mi sono stufata, stufata di cercare di cambiare sempre. Perché si, non saremmo mai perfetti per nessuno. Ho ancora le mie giornate no, mi guardo allo specchio e l’unica cosa che vorrei fare è uscire da questo corpo che non sento mio, lo vedo come un nemico e poi c’è lui. Lui che, celandosi dentro di me, emerge pian piano. Parte dallo stomaco e arriva fino alla mente. Un urlo tanto silenzioso quanto assordante. E’ l’urlo dell’insoddisfazione, della colpa, della rabbia ma soprattutto della voglia di vedermi in pezzi.

Così guardo il cielo. Lo guardo e vedo così tanta meraviglia, nuvole, gocce d’acqua, aerei che decollano ma soprattutto sento l’aria. I miei polmoni si riempiono e prendono aria fresca e tutto, tutto finalmente si calma. Non c’è una soluzione al dolore se non resistere. Bisogna lasciare che faccia il suo corso, sentirlo e farlo passare. Il dolore non va nascosto, va sentito forte e chiaro in ogni parte del corpo. E così l’ascolto ma vado avanti. E guardo quello stesso cielo che mai mi ha deluso. Mi ha sempre dato speranza la mattina con le sue albe mozzafiato e i suoi tramonti che mi infondevano tranquillità in quelle notti in cui tremavo. E così come ogni sera ripenso a quanto mi circonda, a quanto ho, a quanto ho perso e quanto ancora devo lottare.

Nel pieno della malattia vivevo di negatività, vivevo nella mia mente e passavo il tempo a scrivere cattiverie su di me, numeri vari e frasi tristi. Era una continua condanna. Ora no. Ora ho la vita nella mente. Regna sovrana ogni giorno. Mi chiedevo spesso quando sarei scomparsa, quando finalmente avrei avuto il coraggio di farla finita, ora no. Ora resisto.

Ogni volta che sto male penso a lei, una ragazza che in soli nove mesi mi ha dato l’anima e ha riempito le mie giornate di sorrisi, risate, canzoni e le ha trasformate in magia. Penso a lui, un ragazzo così diverso da me, che temo sempre un po’ ma che mi ha dato più di quanto chiedessi. Ho riscoperto cosa vuol dire avere le giornate piene, piene di cose da fare. Ho riscoperto l’amore, quello vero quanto raro. Ho riassaporato il piacere di un piatto di pasta senza sapere le grammature, ho imparato a vivere con altre persone senza rinchiudermi in me stessa e con la mia voce. Ho incontrato in un anno solo tutto quello che volevo. Non l’ho cercato, mi sono fidata. Mi sono fidata del viaggio che da 19 anni faccio. Mi sono fidata della vita. Non mi ha delusa, mi ha dato tanto, mi ha portato gioia e amore, mi ha portato fiducia, sbandamenti vari e giornate tristi e uggiose. Mi ha portato momenti felici e altri più tristi. Una frase dice “Chi si ferma è perduto”, ecco, ora che corro non voglio fermarmi. Non voglio fermarmi nella mia mente, una gabbia oscura e masochista. Voglio correre, inciampare e rialzami. Voglio resistere con le lacrime agli occhi, le ginocchia sbucciate e le nocchie dolenti. Voglio vivere. VIVERE.

Tu che leggi, tu che probabilmente ti senti persa/o, ti senti senza forse e con la voglia di mollare, beh ascoltami. Fuori, fuori da tutto, dalla tua mente, da questa voce che ti impone ogni cosa, c’è il mondo. Il mondo ti aspetta, Anche quando vorrai crollare non lo fare, abbi fede. Tutto arriverà, forse non subito, forse non domani ma ti prometto che arriverà. Tempo addietro non avevo niente, non volevo sentire nemmeno il mio cuore battere mentre oggi lo sento, lo sento e sorrido. Sono viva, sono sopravvissuta alla tempesta anche quando ero a pezzi, morta mentalmente e priva di forza. Sono viva e sono grata di aver avuto l’occasione per esserlo. Sono grata a qualsiasi Dio o persona ci sia lassù. Perché, seppur sia stata una giornata da dimenticare, sono viva, sono sopravvissuta e sì, sono stata nella tempesta ma ho vinto.

RESILIENZA.

Il peso della mente.

Ho pensato tanto a come introdurmi in un blog, è tutto così nuovo per me, così strano che mi sembra quasi assurdo che lo stia facendo. Eppure, nell’ultimo anno, ho capito che scrivere è l’unico mezzo per mettere in ordine la mia mente, riordinare i pensieri, renderli più chiari e meno pesanti, scrivere mi è fondamentale, mi salva ogni volta da una mente che diventa troppo assillante, troppo tetra, troppo pesante.

Iniziamo quindi dalle basi ma soprattutto dal principio. Mi chiamo Caterina, ho quasi vent’anni e vivo a Milano. Sarebbe scontato dirvi che amo scrivere ma dietro di me c’è molto, molto di più. Se dovessi descrivere le persone direi che posso classificarle in “tanta apparenza e poca sostanza”, “tanta sostanza e poca apparenza” e “tanta sostanza”. Ecco io navigo tra le ultime. Sono una ragazza semplice fuori, tutti mi dicono che sono molto bella, che i miei occhi azzurri e le lentiggini affascinerebbero chiunque ma io non ci ho mai ho creduto veramente. Perché? Sono molto insicura, vivo di sensibilità e timidezza estrema. Posso sembrare semplice al di fuori ma dentro di me si cela una mente che è più che complicata.

Mi sembra chiaro dovervi parlare della mia storia, di quella vera, di quella che mi ha fatto diventare la Caterina che conoscete e conoscerete oggi. A 14 anni mi sono ammalata di una malattia, di un mostro più celato che evidente. Ero troppo giovane per conoscerlo, per sapere di cosa si trattasse. Al tempo ero ancora convinta che il male non mi avrebbe mai avuta ma me ne sono accorta troppo tardi, il mostro si era già impossessato di me, o meglio, io stessa ero diventata un mostro. Già a 13 anni ho capito che c’era qualcosa che in me non andava più, che la mia mente non era più colorata, innocente e pura. No, dentro aveva iniziato a regnarvi l’insoddisfazione, il non andare mai abbastanza bene, il vedere la felicità come un qualcosa di meraviglioso ma non destinato a te. Insomma a 13  anni avevo già iniziato a farmi del male, ad infliggermi del dolore, ebbene sì, avevo incontrato l’autolesionismo. Era un continuo punirmi di un qualcosa che nemmeno io sapevo, era un voler morire ma non farcela mai veramente. Ogni sera era un incubo, un lavandino, rasoi rotti e una Caterina che supplicava pietà. Una pietà che mai arrivò perché si sa, noi siamo i giudici più duri soprattutto quando dobbiamo condannare noi stessi. Un giorno però ebbi uno spiraglio di luce e lo confessai a mia madre, era ormai impossibile trovare scuse fondate per non fare il bagno, per non mettere canotte o vestiti. E’ lì che però caddi nell’abisso.

La mia mente non mi perdonò mai di aver fatto sapere il mio piccolo grande segreto. E così dovetti trovare un’altra soluzione, più efficace per sparire e per dar meno impatto visivo. Alla mia mente serviva una strategia più lenta ma molto più potente. E così, all’alba, dei miei quasi 15 anni strinsi un patto con me stessa. Un patto che una volta stretto nessuno avrebbe mai potuto cancellare. Quella sera incontrai l’anoressia. Al tempo pesavo 64 kg, ero in carne e non ero certo la ragazza dei sogni di qualcuno, o meglio non lo ero nemmeno dei miei. Il mio patto durò fino ai 16 anni. Crebbi ma così crebbe anche la mia mente, la voce che era in lei e soprattutto crebbe il numero di kg persi. Iniziai come tutte a nascondere il cibo in fazzoletti o tasche, lo buttavo o semplicemente lo eliminavo. Come? Come farebbe qualsiasi mente malata. Vomitai solo due volte perché venni beccata subito. “Di più cati, devi fare di più lurida” e così iniziarono i lassativi, le continue abbuffate, le camminate durante la notte e gli addominali in bagno. Iniziarono le camminate infinite e la stanchezza perenne. E così la mia sveglia rimaneva fissa sulle 4 di notte e lì iniziava, iniziava la caccia della bilancia per la casa.

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Quasi mi vergogno a mettere a nudo tutti questi miei segreti ma è giusto che si sappia che l’anoressia non è una scelta, vieni scelta e nemmeno te ne rendi conto. Diventi una schiava/o e non puoi dire “no”. Un “domani smetto” è una promessa che nessuno manterrà mai perché la verità è solo una, tu domani non smetterai. E io tantomeno lo feci.img_6182.png

27 Settembre 2013, un giorno indimenticabile, parole che mi uccisero “Se fosse arrivata domani sarebbe stato troppo tardi”. E così mi ritrovai in un letto d’ospedale, a pesare 39 kg e con una bradicardia che ormai mi stava uccidendo. La verità però è che io ero già morta, fin troppo tempo prima. Di me rimanevano solo le macerie.

IMG_6167E da lì la mia vita cambiò. Da quel giorno conobbi l’anoressia e venendo curata 24 ore su 24 in un centro day hospital sono tornata a vivere. Non c’è voluto un mese, ci sono voluti anni, ricadute continue, amicizie finite, addii d’amore ma soprattutto continui tentativi di rinascita.

Oggi sono rinata. Non so quanto peso, l’ultima volta quasi 60 kg. Un peso fantastico per la mia altezza, fin troppo sano. Ma non voglio parlarvi di peso ulteriormente, voglio parlarvi della vita, di me, di ciò che c’è oltre l’orizzonte. La mia mente, così tetra, così cupa, così invogliata a finire nel fuoco, nel voler sparire è stata curata dall’amore giusto, da parole d’affetto, da abbracci amichevoli ma soprattutto dalle cure mediche giuste.

Oggi sono Caterina e sì, io amo, amo la vita come mai ho fatto prima. Amo i suoi aspetti negativi, amo il suo tempo grigio con la grandine, la amo con il sole accecante e un caldo torrido. Amo la vita anche quando ogni cosa mi rema contro, quando mi sembra di non farcela. La amo perché ho vinto la morte e so che posso superare tutto.

 

Una cosa che ho capito è che la vita non è perfetta, è fin troppo imperfetta. Ha le sue giornate no, i giorni terribili scolastici con interrogazioni e verifiche, ci sono gli esami universitari, un amore che finisce, il dolore di un lutto ma c’è tanto, tanto per cui sorridere, per cui vale la pena mettere un piede davanti all’altro e andare avanti nella vita.

Tu, tu che leggi credimi. La vita non è brutta. È una malattia, è il buio, l’oscurità che ti fa cieca/o. Tu che leggi, credimi. C’è molto di più, è tutto oltre la paura, è oltre l’orizzonte, dove il coraggio regna. A 19 anni posso dirvi che la mia lotta non è finita, sono spesso nella tempesta ma so navigarci, ci riesco perché so che c’è molto, molto per cui vale la pena lottare, vivere e sperare. Ho detto addio a tante persone, a un amore nocivo, ad altre che non ce l’hanno fatta a stare dietro alla mia mente. Non le giudico, le perdono, nemmeno io ce l’avrei fatta ma soprattutto mi sono perdonata io. Mi sono perdonata per il male che mi sono fatta, per i tagli, le bugie, per tutte le volte che il mio petto mi faceva male e l’unica cosa che sapevo dire era “smetti, smetti di battere”. Mi sono perdonata e ho fatto una promessa, a me e alla vita. Non sarei crollata più e non lo farò.

Oggi ho una migliore amica splendida, come una sorella. Ho un ragazzo che amo alla follia, ho una famiglia che mi vuole bene e finalmente riesco a stare in piedi da sola. Da sola senza farmi del male. Uscire da questo tunnel sembra impossibile ma non lo è, è possibile. Ci vuole tempo, pazienza e forza ma soprattutto bisogna crederci e volerlo. Se non c’è la volontà non si va da nessuna parte.

Concludo questo post dicendovi una frase che mi disse la mia dottoressa e che rimarrà sempre con me. Immaginatevi su un treno, con tutte le persone a voi care e altre che invece non conoscete. Guardate i paesaggi che passano, alcuni sono più belli, il sole è limpido e luminoso, altri luoghi invece sono più bui perché le nuovole coprono la luce ma, soprattutto, fate attenzione alle fermate. A molte di queste, tante persone a cui volete bene scenderanno, alcune di loro risaliranno a fermate successive ma altre invece non lo faranno. Però saliranno altre persone e chissà che in treno non ci possiate scambiare due chiacchierate e trovarvi bene insieme. Ecco, il treno è la vostra vita e si fermerà solo quando lo deciderete voi, solo quando scenderete voi dal vostro treno.

E io vi auguro con tutto il cuore di non scendervi mai, continuate a viaggiare nel viaggio unico, chiamato vita.

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