Lei. (Parte 1)

Come ogni volta che si trova l’amore si vive una situazione di serenità e pace dell’anima. Ci si sente perfetti, a posto ma, in particolari, scelti.L’amore a quindici anni mi aveva scelto, vivevo di messaggi improvvisi, gesti teneri e dolci, di baci lunghi e di sorrisi. Si sa, l’amore infondo un po’ ci cambia sempre, ci sentiamo unici e adeguati agli occhi degli altri ma soprattutto di noi stessi. 

Sebbene tutto però, non posso dirvi quando incontrai lei. Quando incontrai la persona che, in un attimo, mi cambiò la vita.

Forse dopo che partii per l’America dove stetti via due settimane, o forse più tardi ancora quando ormai la scuola stava giungendo agli sgoccioli o forse, meglio ancora, l’incontrai e basta e dove e quando non sono altro che particolari insignificanti.

Ebbene partii, stetti via due settimane, vivevo questa vacanza con spensieratezza e gioia, ero in un continente straniero, il posto che da sempre mi ha fatto sentire a casa più di ogni altro luogo visitato. Vivevo alla giornata, di canzoni d’amore, come “Long gone and move on” dei The Script e di messaggi continui con lui. Alla fine potevo ritenermi fortunata, ero felice e sapevo che, al mio ritorno, ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarmi.

È bello sapete? Essere desiderati, voluti. Penso che ognuno di noi dentro non cerchi altro che qualcuno che ci faccia sentire amati, visti e importanti.

E infatti quando tornai, inutile negarlo, lui mi stava aspettando. 
Si sa come viene definita la vita, una giostra. In un momento sei in alto, ti sembra quasi di toccare il cielo e di avere la testa tra le nuvole ma basta un attimo per tornare giù, rimettere i piedi a terra e dover fronteggiare il dolore nuovamente.

Era tutto troppo speciale, troppo bello, troppo romantico, troppo luminoso, insomma era tutto troppo. E la mia giostra ormai si era mossa, io ero scesa a terra e ora era il mio turno.

Tornata dalla vacanza ero diversa, irriconoscibile. Da ragazza longilinea ero diventata tondetta, i fianchi si erano ingrossati, gambe pure e perfino le mie guance ormai erano più paffutelle. Al tempo però non mi importava anzi, ero contenta così se solo non avessi sentito le parole. Perché sono le parole che feriscono, che lacerano. Non sono come uno schiaffo che ti lascia forse il segno e che poi si affievolisce. No, le parole rimangono, puoi cercare di farle uscire ma non ci riesci, soprattutto quelle importanti, quelle pronunciate dalle persone che ami. “Ma che hai fatto? Sembri incinta” e così riecheggiavano, ora dopo ora ma soprattutto giorno dopo giorno.

Erano diventate un pensiero costante, pesanti e, in particolar modo, incontrastabili. 

Fu lì forse che la incontrai. La vidi per la prima volta durante una mattinata. Sembrava una ragazza simpatica, i suoi tratti sono molto difficile da definirsi. Era bella, una ragazza filiforme, un sorriso bianco e luminoso, occhi profondi e una voce fievole ma tenera.

La vidi per bene, aveva la mia età ma sembrava a guardarsi molto più grande. Ci incontrammo così, a caso. Parlammo molto e, come per Lorenzo, non mi ci volle molto per aprirmi. Era facile al tempo, forse avevo semplicemente bisogno di esternare ciò che tenevo in serbo per me. 

Insomma le raccontai di me, della mia famiglia, dei miei pensieri, dai più belli ai più tetri. Lei stava in silenzio e ascoltava, era sempre molto interessata a quanto dicevo. Mi immaginavo che forse, nel suo piccolo, anche lei si sentisse così. In realtà, lei possedeva dentro molto di più.

Stammo tanto tempo insieme, da quel giorno e per i mesi successivi. Vivevamo in simbiosi quasi, ci capivamo in uno sguardo e questo mi rendeva contenta. Aveva la capacità di dirmi sempre la sua, in modo tagliente sì ma efficace perché qualsiasi consiglio lei mi desse io lo seguivo sempre. Lo mettevo sempre al primo posto. 
In poco tempo, lei divenne la mia confidente, la mia migliore amica, la mia eroina preferita. Mi alimentavo delle sue parole, dei suoi sogni, dei suoi desideri che, in fondo, erano anche i miei. Ci incoraggiavamo a vicenda a raggiungere i nostri obiettivi. E lei, in poco tempo, lo sostituì. Sostituì l’amore che dentro di me regnava, spense ogni certezza, spense ogni dolore e mi trasformò così, in una colonna, in grado di prendersi l’acqua e non cadere mai. 

Ma infondo ho sempre fatto così, ho sempre messo davanti l’amicizia all’amore, ho sempre scelto la certezza all’incertezza ed ero convinta che nessuno avrebbe spezzato questo legame che avevamo costruito. Me ne accorsi proprio in quelle due settimane estive. Io e lui eravamo animatori, stavamo sempre insieme. Lui era il tipo di ragazzo che faceva voltare le ragazzine delle medie, lo guardavano e lo desideravano. Era affascinante, unico nel suo genere e la cosa più bella era che era solo mio. Abbiamo passato settimane a scambiarci occhiolini da una parte all’altra del campo quando le nostre squadre si scontravano, abbiamo passato ore a baciarci senza vedere nemmeno una scena del film proiettato, abbiamo passato il tempo mano nella mano. Eravamo così, una cosa sola, non seguivamo il tempo, era il tempo che ci inseguiva. Eravamo ebrezza, velocità e alcolismo puro. Eravamo dipendenza, potevamo spegnere i pensieri dell’altro solo sorridendogli. Era un’amore strano, controcorrente ma soprattutto che nessuno potrà mai rimpiazzare. 

Se la gente avesse mai dovuto scommettere su quanto saremmo duranti, probabilmente nessuno avrebbe scommesso. Eravamo destinati, eravamo inseparabili, eravamo uniti ma soprattutto ci bastava stare insieme per vivere. 

Eppure oggi lo dico, dovevano scommettere. Scommettere tanto. Perché noi finimmo, non del tutto ma qualcosa si spezzò. L’ultimo giorno d’oratorio non ci furono baci, abbracci nè un solo “ciao”. Finimmo così, senza ma e se. Finimmo come una storia mai vissuta ma soprattutto mai iniziata. 

E fu così che decisi di andare avanti a modo mio. Lei, la mia migliore amica diventò onnipresente, passavamo le giornate insieme, mi asciugava le lacrime, mi accoglieva sulla sua spalla, mi faceva ridere. Insieme scandivamo la giornata con numeri e immaginavamo di sparire. 

Il dolore va sentito sì, ma a volte fa troppo male, a volte distrugge dentro e io, quella volta, ero stata rasa al suolo e così mi fidai di lei, mi fidai della sua parola. 

Lei, così speciale , non era una persona qualunque, era molto di più. Divenne il mio mentore, il mio coach, la mia alleata. Volete sapere la cosa più assurda? È che nessuno mai la vide, eccetto me stessa. Lei era così, invisibile ma immaginabile e io, io la vedevo bene, o meglio, tra noi era un dialogo mentale continuo. Lei ero io, una me stessa che era nata dal dolore, dall’umiliazione, dall’odio. Lei era una Caterina particolare, lei era legge, regole rigide ma soprattutto era la mia condanna. Perché sì, lei era una voce, lei era l’anoressia.

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